QUANDO SI PARLA DI ORO DELLA TERRA: IL COLLARINO GIALLO DELLA LIGURIA

L’olio di oliva, un nome, una garanzia. Ma siamo sicuri sia ancora così in maniera generalizzata? In un mondo globale come non mai, anche un prodotto identitario di un’area ben precisa, dove Mediterraneo fa rima con qualità e artigianalità, la mistificazione di un prodotto così importante e unico diventa pericolosa. E diventa, quindi, ancora più importante il supporto e la certificazione, con i consorzi di tutela in prima linea su tutti i fronti.

L’Italia in tonnellate.

I numeri di produzione, per quanto riguarda il panorama nazionale dove l’agricoltura rappresenta il 2% del PIL, sono decisamente importanti. La fotografia del settore evidenzia una struttura composta da 619.000 imprese olivicole con 1,14 ha di olivo, da 4.300 frantoi attivi e un volume di circa 220.000 tonnellate di olio. Ma c’è un ma: l’Italia non è soltanto uno dei maggiori esportatori di olio al mondo (250.000 tonnellate) ma è anche uno dei maggiori consumatori con circa 550.000 tonnellate a uso esclusivo del mercato interno. L’import italiano, infatti, nel settore olivicolo si aggira attorno alle 500.000 tonnellate. Complice il turismo, complice la paternità, complice la promozione, consumiamo ben più di quanto produciamo e, spesso, non sappiamo cosa stiamo consumando nello specifico: dalle frodi in commercio più eclatanti a casi di italian sounding finiti sulle cronache più recenti, dall’Asia all’America latina fino ad arrivare alla Grecia in crisi economica e il “suo olio” contraffatto, la produzione di olio di oliva è rigidamente normata secondo una serie di regolamenti europei che hanno sempre più posto attenzione al miglioramento della qualità ed alla tutela del consumatore. Nel perseguire questa strategia attraverso la classificazione commerciale degli oli di oliva l’Unione Europea ha inoltre posto le basi dei regimi di qualità dei prodotti agroalimentari (DOP/IGP) contribuendo allo sviluppo delle Indicazioni Geografiche, pilastri fondamentali dell’agroalimentare europeo. In Italia abbiamo 50 oli ad Indicazione Geografica: 42 DOP e 8 IGP. Si tratta di oli specifici dei territori, oli certificati da un ente terzo garantiti per origine tracciabilità e specifiche caratteristiche qualitative legate alla relazione varietà – territorio.

La Liguria, terra aspra dal prodotto amabile

Quando si parla di produzione agricola, in Liguria si tende ad affiancare termini quali eroica e spesso folle. La pratica di cura e produzione degli uliveti sul territorio è forse l’emblema della manifestazione più autentica della dicotomia interna che caratterizza il Ligure, che sia uomo o prodotto: una terra impervia che perdona e regala nulla, dove si coltiva a pendenze adatte a branchi di capre e dove la raccolta è regolarmente da fare a mano ma che propone un prodotto amabile, dal gusto gentile e delicato, ruffiano quasi. Potare gli alberi, montare le reti, verificarle, attendere, raccogliere, trasportare e produrre: la nemesi della GDO risiede sulle alture dell’entroterra ligure, dove artigianale diventa quasi riduttivo. “Chi non ha un ulivo in Liguria” diceva Luigi Caricato sbarcato con l’edizione 2025 di Olio Officina proprio al Porto Antico di Genova. Ma la Liguria vanta anche un attore di impegno, forgia ed entusiasmo che si batte per la tutela del prodotto e dei produttori, la certificazione come atto finale della finalizzazione di una produzione d’eccellenza e la promozione che, fatta come rete, raggiunge, conquista e seduce anche gli agricoltori amatori oltre a una platea sempre più internazionale: il Consorzio di Tutela dell’olio extravergine DOP Riviera Ligure. Da Levante a Ponente, tra le diverse cultivar locali presenti, l’invito a mettere il collarino giallo numerato del Consorzio di tutela alle bottiglie verificate diventa azione quasi più necessaria che favorevole. Un affiancamento continuo e costante per il supporto ai produttori che però poco può a fronte di tematiche quali parassiti e cambiamento climatico. Ma può farsi sentire e a gran voce. Vediamo come grazie alle parole del Direttore del Consorzio, Giorgio Lazzaretti.

Giorgio Lazzaretti, diretto re Consorzio Olio DOP Riviera Ligure

In Italia sono presenti 50 IG dell’olio extravergine di oliva con circa 25.000 operatori e 110.000 occupati; per impatto regionale dopo Puglia, Sicilia e Toscana viene la Liguria, che quindi si difende bene: qual’è lo stato dell’opera, a oggi, del Consorzio?

A livello di valore di produzione siamo al quinto posto, dopo Terra di Bari DOP, Toscano IGP, Sicilia IGP e Val di Mazara DOP. Come emerge dal Rapporto ISMEA – QUALIVITA 2024 il valore alla produzione dell’olio extravergine di oliva Riviera Ligure DOP è stato pari a 5,1 milioni di € sui 115 milioni totali degli oli DOP/IGP italiani. Si tratta di un valore che potrebbe ulteriormente crescere se riuscissimo a recuperare il 50% di oliveti abbandonati presenti ancora in Liguria. Si deve verificare uno scatto d’orgoglio da parte degli operatori degli altri settori dell’economia e delle Istituzioni in generale nel riconoscere l’importanza di questa produzione non solo dal punto di vista della sostenibilità ambientale ma anche economica e sociale. Pensiamo ai 18 anni del Patto di filiera dell’olio extravergine di oliva Riviera Ligure DOPcon l’indicazione dei prezzi minimi di acquisto delle olive e dell’olio sfuso all’interno della filiera e alla preziosa e costante manutenzione da parte degli olivicoltori dei muretti a secco: consentono non solo di contrastare il dissesto idrogeologico ma anche di salvaguardare la biodiversità dei nostri ecosistemi. Insomma, abbiamo una filiera di operatori che possono garantire al consumatore origine e qualità del prodotto e indicare la via per il recupero del territorio attraverso la valorizzazione delle sue eccellenze.

Un’annata speciale quella 2024 che troviamo oggi sugli scaffali: facciamo un quadro sul prodotto che è stato immesso nel mercato.

L’annata 2024/2025 è stata un’ottima annata. Il valore di olio extravergine di oliva Riviera Ligure DOP prodotto è stato pari a 7.626 q, di cui 7.355 provenienti dal bacino produttivo imperiese. Oggi il prodotto già immesso in commercio è pari a 3.965,72 q. Ora è importante agire affinché il consumatore comprenda il valore dell’olio extravergine di oliva Riviera Ligure DOP rispetto al generico prodotto italiano, soprattutto se in etichetta è presente il nome di una varietà locale. La DOP assicura un prodotto certificato da un organismo di controllo indipendente che garantisce origine ligure e qualità attraverso controlli in campo e analisi in laboratorio. Il secondo è un’autodichiarazione del produttore.

Parlando di garanzie e controlli, la Liguria, ha un‘eccellenza anche in ambito di ricerca e sperimentazione in agricoltura, il CERSAA. Quanto la comunità scientifica, le pubblicazioni sulle IG e gli studi dedicati riescono a supportare effettivamente il territorio?

Da numerosi anni collaboriamo con questo importante centro di ricerca e di sperimentazione presente sul territorio savonese che sta svolgendo un ruolo importante per il mondo produttivo in generale: non solo per la diffusione delle conoscenze e i consigli per una migliore gestione agronomica dell’oliveto ma anche perché, grazie alle importanti competenze presenti al suo interno, è attento alle richieste del mondo produttivo e riesce a tradurle in attività di innovazione e sperimentazione con interessanti risultati, già presentati alla comunità nazionale e internazionale. Penso alla sperimentazione sull’utilizzo dei sensori in olivicoltura, progetto in corso nell’oliveto dimostrativo del Consorzio di tutela: si stanno raccogliendo autonomamente dati sulla salute delle piante e del suolo per verificare se è possibile costruire un “cruscotto” che garantisca l’azione tempestiva da parte dell’olivicoltore. Vi è stata inoltre l’importante sperimentazione sull’utilizzo dei droni per la lotta alla mosca dell’olivo condotta negli oliveti del ponente ligure e del gardesano grazie anche alla collaborazione della Regione Liguria e della Regione Lombardia. In un momento come quello attuale, dove i cambiamenti climatici hanno un grande impatto sulle produzioni a Indicazioni Geografiche, è fondamentale l’attività svolta dalla ricerca e dai tecnici: ricordiamo infatti che le Indicazioni Geografiche, come l’olio Riviera Ligure DOP, sono produzioni che non possono essere realizzate altrove, per legge. Sono, quindi, più vulnerabili: è importante sviluppare un dialogo sempre più stretto tra scienza e produttori con una governance attiva e presente.

Come si stanno muovendo, quindi, i marchi di certificazione, le IG, DOP e IGP in tal senso?

Per quanto concerne il mondo delle IG le istituzioni ed i consorzi di tutela si stanno muovendo attivamente per favorire la diffusione delle conoscenze a livello di ricerca scientifica: il 22 febbraio 2023 si è svolto a Roma il 1° Simposio Scientifico Filiere DOP IGP con 6 sessioni tematiche, 60 Desk espositivi, 50 speaker, 90 ricerche e 600 partecipanti. Il Consorzio di tutela dell’olio Riviera Ligure DOP ha partecipato attraverso la presentazione del progetto sviluppato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza – Facoltà di Scienze agrarie, Alimentari e Ambientali e concluso con la pubblicazione su Food Chemistry 2023. Un’altra importante iniziativa che ha visto coinvolti la FAO, il Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle Foreste, Origin Italia e Fondazione Qualivita è stato la II Conferenza FAO sulle prospettive globali delle Indicazioni Geografiche, svoltasi a Roma dal 18 al 22 febbraio scorso. Nel corso delle 17 sessioni di lavoro svolte in contemporanea accademici e ricercatori provenienti da 50 paesi hanno presentato 150 studi e progetti sull’innovazione, la sostenibilità e la governance delle IG. Risulta, infatti, importante integrare sempre più la ricerca scientifica con le pratiche produttive locali per salvaguardarne la produzione e migliorarne la sostenibilità. Il Consorzio di tutela dell’olio Riviera Ligure DOP ha partecipato attraverso la presentazione da parte del CERSAA della sperimentazione sull’uso dei droni nella difesa fitosanitaria negli oliveti Riviera Ligure DOP.

Il comparto olivicolo è una sentinella naturale del cambiamento climatico: dalla casistica meteo, alle stagioni impazzite, agli eventi straordinari ma soprattutto alla presenza di nuove biodiversità parassitarie, stanno mettendo a dura prova le produzioni, spesso molto piccole. Alcuni produttori della DOP dicono che addirittura quest’anno non andranno in frantoio…

Purtroppo, assistiamo ad un impatto sempre più rilevante dei cambiamenti climatici sulle produzioni e dobbiamo tutti insieme, pubblico e privato, sviluppare un nuovo approccio produttivo nel settore olivicolo – oleario che permetta di favorire una resilienza, una convivenza, un adattamento al clima che cambia ed ai suoi effetti sulle produzioni. Allora diventa fondamentale avere tutti una strategia che con i suoi interventi tocchi tutte le tematiche: la ricerca e sperimentazione di soluzioni di difesa e protezione delle produzioni, la gestione e diffusione della risorsa idrica con invasi irrigui, impianti di fertirrigazione, la cooperazione nella gestione di servizi utili alla filiera produttiva e, non ultimo per importanza, la valorizzazione del prodotto attraverso la distintività della nostra produzione Riviera Ligure DOP e la sua presenza nei ristoranti e nei punti vendita liguri.

Cosa si sta facendo, a livello nazionale e regionale per supportare le attività certificate?

Esistono bandi di finanziamento sia a livello comunitario che nazionale e regionale per promuovere le Indicazioni Geografiche. Dopo le iniziative svolte negli ultimi anni come Oliveti Aperti e OrgOLIO Liguria Week end che hanno il merito di avvicinare il turismo alla DOP, il Consorzio di tutela sta sviluppando una campagna digitale per promuovere la conoscenza sulle caratteristiche delle nostre produzioni sui social. Allo stesso tempo sta sviluppando attività promozionali attraverso il format “Assaggia la Liguria” insieme alle altre IG liguri come il basilico ed i vini. Grazie alla cooperazione con il Consorzio di tutela del Basilico Genovese DOP, nel ruolo di capofila ed al Consorzio di tutela del Grana Padano DOP ed al sostegno del MASAF sarà avviato a settembre, a livello multiregionale, un interessante progetto per far conoscere ai giovani il valore delle IG.

Si è parlato, appunto, di turismo DOP/IGP come una delle soluzioni possibili per la promozione e la conseguente informazione/tutela dei territori, soprattutto, dedicati alle produzioni di eccellenza. La Liguria, quest’anno, si è piazzata al 12imo posto: che risultato è stato e cosa significa questo mercato specifico per i consorziati?

A mio avviso si tratta di un’importante prospettiva per gli operatori di queste eccellenze agroalimentari che beneficiano di questa delega assegnata ai Consorzi di tutela come previsto dal nuovo regolamento sulle IG (UE 2024/1143). Si tratta di un percorso, molto interessante per la Liguria, che intende sviluppare un turismo lento, responsabile, attento alle produzioni di qualità, non legato esclusivamente alla costa e basato sull’autenticità. Direi utile alla Liguria ed ancora di più agli oli IG perché consente di raccontare questo prodotto “vivo”, direttamente dalla voce dei suoi protagonisti e custodi, nei loro luoghi di produzione, che siano oliveti oppure frantoi. Si creano così emozioni che favoriscono poi la scoperta dell’olio Riviera Ligure DOP attraverso l’assaggio, con il suo profilo gentile, equilibrato, dolce, poco amaro e piccante. Come già fatto in altri territori sono numerosi gli esempi di valorizzazione di queste produzioni in sinergia con altri operatori: penso alla cultura, al benessere, allo sport …. In un territorio che ha una vocazione turistica naturale, il connubio diventa un mix vincente anche e soprattutto per le comunità dell’entroterra.

Le azioni intraprese fino a oggi dal Consorzio prevedono anche il fissare il prezzo minimo di vendita delle olive e dell’olio extra vergine prodotti in Liguria, il cosiddetto Patto di filiera dell’olio Riviera Ligure DOP: quali benefici ha apportato all’interno e all’esterno?

Si tratta di un’iniziativa unica nel panorama nazionale che ha sempre avuto come obiettivo il sostegno all’anello più debole della filiera, gli olivicoltori. Una sorta di “garanzia” a produrre nel quadro dell’olio Riviera Ligure DOP. Un aspetto importante che ha avuto ancor più grande importanza per gli olivicoltori, soprattutto in ottime annate. Ma ricordiamo che il Consorzio di tutela non può svolgere un ruolo per tutte le diverse produzioni, lo può fare solo all’interno del sistema certificato e controllato Riviera Ligure DOP. Il limite è forse quello di non riuscire a coinvolgere e convincere sull’importanza di questa sostenibilità ambientale, economica e sociale le associazioni regionali degli altri comparti (turismo, artigianato, commercio e industria).

Purtroppo, alcuni operatori ritengono che la certificazione, il famoso collarino giallo, sia una spesa inutile e una sorta di controllo aziendale: la comunicazione delle attività a tutela sta funzionando o si riscontra ancora la tipica diffidenza ligure?

Tutto il comparto oleario stenta a valorizzare le proprie produzioni: questo è un paradosso di per sé se pensiamo alle 50 IG, alla loro distintività territoriale ed alla capacità commerciale presente sui diversi territori. In Liguria succede la stessa cosa. Manca la visione strategica e pioniera del mondo del vino che è stata la chiave di successo enologico degli ultimi 50 anni: la scelta di valorizzare l’origine territoriale rispetto alla varietà del vitigno. È questa, a mio avviso, la chiave vincente su cui crediamo al punto da aver ottenuto la modifica del disciplinare di produzione che consente ora di evidenziare in etichetta accanto al logo UE della DOP ed al nome della denominazione Riviera Ligure anche il nome del comune o della località geografica più ristretta da cui sono state raccolte le olive prima di essere trasformate in olio. Si potrà trovare sulla tavola un olio di provenienza talmente locale che potrà arrivare direttamente dal Comune in cui ci si troverà…Si tratta solo di adottare un sistema trasparente di informazioni reciproche e di sottoporsi alle verifiche in campo e sul prodotto: non si tratta di sterile burocrazia ma di offrire al consumatore un olio garantito su origine, tracciabilità e qualità.

La Liguria vanta sicuramente gli uliveti produttivi più piccoli d’Italia, uliveti urbani, arroccati e spesso si parla di agricoltura eroica rispetto al vino e all’olio: ha ancora senso definire eroi gli agricoltori dell’olio in Liguria o semplicemente folli o addirittura in via di estinzione?

La verticalità olivicola della Liguria è sotto gli occhi di tutti, come testimonia il suo paesaggio di fasce terrazzate dai muretti a secco. È la Liguria che non scivola a mare grazie al lavoro svolto dagli olivicoltori che curano gli oliveti. Ma se vogliamo vincere la scommessa e recuperare sempre di più i terreni abbandonati dobbiamo rendere produttivi gli oliveti dimenticati, valorizzando questa produzione attraverso la Riviera Ligure DOP e la sua proposta, soprattutto sul territorio: un bel biglietto da visita che merita di trainare poi tutte le altre produzioni non certificate.

L’amabilità, l’essere dolce e duttile del nostro olio è una realtà di fatto che lo rende tra i più apprezzati al mondo. Molti operatori hanno definito l’olio da loro prodotto come tipico. Da direttore del consorzio, cosa rende in realtà il nostro olio così “tipico”, difficile quindi da spiegare all’esterno…

È importante affrontare questo tema perché ahimé stentiamo a ottenere i riconoscimenti per le nostre eccellenze produttive nel panorama dei premi e dei concorsi. Vi è la tendenza a legare la qualità degli oli extravergini di oliva ai polifenoli e quindi all’amaro ed al piccante. Ma ci sono anche oli dolci, delicati, equilibrati derivati da olive fresche e ben lavorate direttamente in frantoio, che non sono premiati come dovrebbero nei concorsi ma che sono premiati dal mercato. Sono gli oli Riviera Ligure DOP caratterizzati da un fruttato da leggero a medio che è espressione unica della varietà abbinata allo specifico territorio. Al palato, poi, sono morbidi e fini, con richiami di pinolo, mandorla, carciofo, mela e note di amaro e piccante in equilibrio. Queste caratteristiche qualitative sono apprezzate dal mercato e non meritano di essere trascurate.

Tiriamo fuori la palla di cristallo: una previsione sul consorzio e sulla DOP in Liguria nei prossimi 5 anni…

Ritengo che l’olio extravergine di oliva debba ancora dispiegare tutte le proprie potenzialità: è un prodotto vivo, che fa bene alla salute, estremamente identitario grazie alle diversità di oliveti o oli dei territori specifici ora diventati Indicazioni Geografiche. Senza tralasciare la sua sostenibilità intrinseca legata alla pianta e il piacere nel suo abbinamento ai cibi. Quindi prevedo un futuro importante per gli oli IG.

Odi et amo, le conclusioni

La Liguria mastica diverse lingue e costumi ma, soprattutto, vanta diverse eccellenze in campo agroalimentare che restano in un’ombra schiva di attenzioni rispetto a regioni più grandi, più produttive e, perchè no, più “espansive”. Riconosciuta come apicale nel ruolo di ambassador della dieta mediterranea secondo i dettami Fao, raggruppa in sè diverse unicità patrimonio Unesco, tra cui l’arte della costruzione dei muretti a secco secondo antica tradizione: quindi l’olio extra vergine come ingrediente principe della dieta migliore al mondo per benessere e sostenibilità e un territorio ricco di ulivi custoditi tra strutture antiche dalla manifattura preziosa. Si potrebbe urlare al miracolo ma in realtà, la liguritudine di cui spesso si parla, a modo o a sfregio, rappresenta un ostacolo quanto una perla rara di cui andare più che fieri, gelosi. Siamo pochi su poca terra ma ragioniamo in grande solo quando si parla di produzioni d’eccellenza: 728.100 piante, 332 Olivicoltori, 32 Frantoiani e 78 Confezionatori nei luoghi spesso più impensabili. Liguria terra di vento, di bellezze naturalistiche scovate in luoghi improbabili, dove il termine mugugno si intreccia alla resilienza del dover farsi andare bene pendenze e rischi del mestiere: si scoprono, così, perle uniche che, tra persone e luoghi, raccontano di uliveti con alberi millenari e perfettamente in salute, così come si incontrano persone che, per la seconda vita da pensionato, abbracciano l’agricoltura sostenibile sulle note di Mozart “perché le olive crescono meglio” o addirittura ci si interfaccia a produttori così di nicchia che contano le piante in pochissime unità, 40 in tutto fino ad arrivare a produttori urbani, nel vero senso della parola che curano piante in un quartiere della Città di Genova, come se fosse un giardino, il loro. Tutti hanno una cosa in comune: il collarino giallo numerato del Consorzio di tutela. Le piante spesso hanno nomi, così come un nome lo hanno le ultime evoluzioni nefaste: il cambiamento climatico che si traduce in grandinate o in parassiti, che, di fatto, annientano il lavoro di un anno intero. E se non ci si riesce più a governare sulle abitudini tramandate da nonno a figlio a nipote, per cui un anno di scarica corrisponde a un anno di carica, il rapporto si riduce a un “anno buono forse per tre terribili”. Il mondo dell’agricoltura è dall’alba dei tempi sinonimo di imprevedibilità di per sé ma l’evidenza dei fatti racconta di un sistema di folli che crede fino in fondo in un futuro anch’esso imprevedibile, sotto ogni aspetto: gli olivicoltori diventano così custodi della terra ma anche di una speranza, di un’azione, della conoscenza, della promozione e della cultura di un territorio intero, sotto il segno di un collarino giallo.

Link al podcast audio/video dei produttori partecipanti al Premio Leivi 2025 per la migliore produzione di olio DOP Riviera Ligure.

Hira Grossi

hiragrossi@gmail.com

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