Antola: una storia di Natale

“Ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto”
La voce del silenzio (Isola, Limiti, Mogol, 1968)

Era la sera, quasi notte, di Natale e il freddo si faceva sentire. Il cielo era limpido che pareva di vetro e intorno alla finestra dell’osteria, in via della Rosa, in una remota località dell’Antola, i ghiaccioli decoravano i vetri.

Al centro del tavolo stavano, in piatti di ceramica bianca da solennità, caldi e placidi, i maccheroni di Natale.

Due carrettieri che parevano ricercatori, Giobatta e Carlin, parlavano fitto, presi dai loro ricordi e dal tempo che scorre, ancora più vivo proprio nelle feste comandate, riti di passaggio che, nei secoli e, secondo i luoghi, hanno preso aspetti diversi e tutti uniti dalla nostalgia.

Nostalgia, parola dal greco antico che indica la sofferenza “algos” per il “nostos”, il ritorno, quel bisogno così umano di fermarsi tra le gioie che, qua e là, la vita riserva, coprendosene di tanto in tanto, quando si sente freddo al cuore.

Quella sera avevano deciso di ritrovarsi lassù, innamorati custodi della storia del territorio, di racconti, di memorie, e trascorrere la notte di Natale in quella vecchia osteria, locanda, stazione di posta che fu pure macelleria, da qualche parte non lontano dal Monte Antola, un luogo che forse viveva solo nei loro ricordi, o forse no. Parlavano di quei luoghi per parlare di loro.

Carlin: “Terra bifronte, quella ligure: a sud dello spartiacque guarda il mare, a nord, dalle cime più alte, vede la Pianura e l’Arco alpino. A separare, ma anche ad unire, questo mondo, caso unico, le Alpi marittime orientali ad ovest e gli Appennini ad est, catene che si toccano per pochissimi chilometri a ponente di Genova, in Val Polcevera. Tra Mediterraneo e Pianura, con tante vie di valico convergenti sulla grande città mediterranea, il porto, la “porta”, come videro, anticipando di mille anni la psicogeografia, quelle classi dominanti genovesi le quali, inventando una tradizione, ribattezzarono la Genua altomedievale, figlia a sua volta di antichissime glorie di origini etrusche, nella Ianua medievale, la “porta”, figlia di Giano, la cui immagine, laicissima, troneggia non a caso nella Cattedrale di San Lorenzo, con maestosa epigrafe e citazione di Jacopo da Varagine, arcivescovo metropolita e autore della “Leggenda aurea”, il più grande best seller del Medioevo.”

Giobatta: “Mondi collegati, dunque; rotte marittime e rotte terrestri, come insegnava Tiziano Mannoni, professore universitario e archeologo, il quale, fra i tanti lasciti morali e culturali donati alla Liguria, studiò anche il rapporto fra la lunga storia, apparentemente senza storia, dei saperi empirici e della cultura materiale delle vallate, e la grande storia, per almeno due secoli, il XII e il XIII, davvero mondiale, che si irradiò da Genova. Le merci, provenienti dall’Oriente mediterraneo o dal mondo mitico dell’Asia interna (il favolistico regno del “prete Gianni” di cui si favoleggiava anche nelle bettole di Sottoripa), una volta sbarcate, venivano caricate sui muli che, percorrendo le valli del Polcevera e del Bisagno, penetravano poi in quei veri e propri corridoi infrastrutturali – anche dell’anima – dello Scrivia e del Trebbia, aperti sul Milanese e sul Piacentino, nonché legati tra loro da un florilegio di percorsi perpendicolari ai due principali. Era una rete di strade, sentieri, vie di valico, innervata da tanti borghi, villaggi, piccoli gruppi di case, ciascuno con osteria, stazione di sosta e posta, in molti casi, di dazio. In molti punti strategici, inoltre, castelli o piccole torri costruiti dalle signorie locali controllavano i percorsi e si ponevano come formali presidi territoriali, sovente al disopra degli insediamenti sorti lungo le strade, divenuti, nel frattempo, “borghi nuovi” abitati da un’umanità dedita ai commerci ed alle attività connesse con la gestione del traffico dei muli”.

Ora che i maccheroni iniziavano a raffreddarsi, si sentiva il crepitio del fuoco e il battagliar di cucchiai, mentre poco lontano, dalla cucina della nuora del Pulin, Rosa, tornata cuoca dopo oltre un secolo di oblio in quella scomparsa, eppure ora reale, osteria e locanda, sorrideva.

Tutto intorno, il silenzio dei boschi, interrotto, con cadenza liturgica, dal suono di un ramo spezzato, dal frusciare del fogliame secco, dall’impeto improvviso di un ruscello, dai passi di qualche animale notturno che, come loro, si trovava lassù, in quella notte gelida di Natale.

Carlin: “La civiltà del castagno ha sostituito quella dell’ulivo e degli orti del versante tirrenico, e il castagno, frutto di derivazione romana, salverà per secoli dalla fame le comunità della montagna. Generazioni infinite di donne e di uomini delle valli del Trebbia e dello Scrivia che si nutrirono del prezioso frutto, che ne usarono, lavorandolo, il legno per ricavarne le famose “scandole”, i coppi che qua e là capita ancora vedere nelle cascine più isolate delle vallate più interne dei due grandi bacini idrografici come la Val Brevenna. Durante gli scavi al Castello della Pietra – a metà anni Ottanta – quando nella cisterna vennero trovate una ceramica e una di quelle scandole di legno che proveniva di sicuro dal tetto bruciato nel 1797 durante i concitati giorni delle guerre napoleoniche: prodotti raffinati, che arrivavano qui proprio grazie ai muli!”

Si era fatta ormai notte alta, le presenze e i volti correvano sui binari della memoria e sulle strade della storia.

Giobatta: “Quanti personaggi storici, scrittori e intellettuali hanno attraversato queste valli! Molti, forse, in anonimo, senza che se ne fosse conservata la memoria. Di alcuni, invece, resta ben vivo il ricordo. Alessandro Manzoni, che nel 1827, rischiò la vita in un incidente a Pietrabissara d’Isola del Can-
tone, cadendo con la sua carrozza in un dirupo sullo Scrivia. Per non parlare di Hermann Hesse, che si innamorò del cielo di Ronco Scrivia, per lui già meridionale, tanto da descriverne la meraviglia in un suo libro. E poi Sem Benelli, sublime scrittore di prose teatrali e non solo, proprietario di un bellissimo castello neogotico a Zoagli, ospite a Busalla nella villa dell’industriale Enrico Macciò, il “padrone sovversivo”, come recita il titolo di un libro che ne raccontò la vita. A proposito di ville: Fabrizio De André e Paolo Villaggio, ospiti negli anni Sessanta dello scorso secolo a Sarissola, a Villa Bozano, all’ombra di un parco secolare che pare riportare ancora l’eco di quelle serate fra musica indimenticabile e convivialità”.

E proseguiva Giobatta: “E in Val Trebbia, dove il fondatore del Museo del Louvre, Henri Réboul, intellettuale a 360 gradi, uomo pubblico, naturalista, geologo, scrittore, pittore, che nel 1794 visse a Torriglia, ove si guadagnò da vivere vendendo i suoi quadri e affrescò, con un dipinto che pare una scena di Avvento e di Natale, pure l’abside della chiesa di sant’Onorato.

E Sophie Blanchard, l’amazzone volante, una delle pioniere del volo aerostatico! Una donna che visse fino in fondo le speranze, le delusioni e il “folle volo” di una generazione straordinaria, quella della grande utopia rivoluzionaria, rifluita nel Terrore prima e nel dominio napoleonico poi, a cavallo dei “due secoli l’un contro l’altro armati”, respirati e vissuti sino in fondo.Partì da Milano la sera del Ferragosto del 1811, esibendosi per Napoleone, in occasione del suo compleanno e, spinta dal vento, atterrò col suo pallone nei dintorni di Montebruno, passando la notte su un albero. La mattina dopo, i contadini dei dintorni pensarono di aver visto la Madonna, così dagli atti ufficiali, e l’allora maire di Montebruno ospitò la donna, prima di accompagnarla a Torriglia per scendere a Genova e tornare a Milano.

La notte era lunga e gli argomenti non mancavano. E, sempre, Giobatta: “Val Trebbia significa anche Ernest Hemingway, che andò a pescare a Rovegno, e che per ben due volte, negli anni Venti e negli anni Quaranta del Novecento, attraversò la valle, percorrendo le curve sinuose della Statale 45, rimanendone incantato; Giorgio Caproni, la voce che più di tutti capì questi luoghi, tanto da trasformare in poesia persino una corriera locale, una leggendaria Fiat 626 rossa. E pure Albert Einstein che passò dalla Val Trebbia, nel viaggio da Pavia diretto a Genova, dallo zio materno Jacob Koch, mercante di grano all’ingrosso, con scagno in piazza delle Oche”. Una folata di vento, improvvisa, fece aprire la porta dell’osteria.

Col vento, vorticando, penetrarono all’interno fiocchi di neve giunti da chissà dove, foglie secche, voci lontane.

“Ecco la voce del silenzio” disse Giobatta “quella di una famosa canzone anche legata alla Val Trebbia perché composta, su queste balze di frontiera, da Elio Isola, originario di Isola di Rovegno, insieme a Paolo Limiti e Mogol, presentata a Sanremo nel 1968 con le voci di Tony Del Monaco e Dionne Warwick e poi cantata anche da Johnny Dorelli e da Mina”.

“Ed improvvisamente ti accorgi che il silenzio ha il volto delle cose che hai perduto…”.

Una radio, di quelle grandi, di legno, con tante manopole e i nomi delle città stampati sul cartiglio della sintonia, iniziò a mandare quella canzone.

Era il silenzio che portava la sua voce, in un vorticare di emozioni, parole, musica, danze, balli a Fontanigorda, pifferi delle Quattro province, antiche latine salmodianti preghiere di Agostiniani Eremitani, dialoghi fra mulattieri in genovese antico e vivace vociare senza tempo. Dopo, tutto scomparve, tutto tacque, restò lontana la musica di un ruscello, di una fontana, quella segreta dei Preti, nei Merlotti di Montebruno, col suo suono limpido come quello della notte di Natale, accompagnati da Caterina, Rina, Barbieri figlia di Rosa e Delio, nipote del Pulin, storica famiglia di un nobile mondo rurale che non c’è quasi più.

Giobatta Garbarino e Ennio Cirnigliaro

La mattina di Natale con Caterina Rina Barbieri alla ricerca della fontana dei Preti

I camini fumano, i tetti e le stradine sono imbiancati, nell’aria si respira il Natale.

E così si parte sulle tracce della leggendaria fontana dei Preti (A funtanna di Prei), nel Parco naturale dell’Antola, a Montebruno, al di là del Trebbia e sopra il Convento degli Agostiniani Eremitani, nel bosco detto dei Merlotti, un bosco, lindo e luminoso, di faggi, castagni, meli, peri, qualche ciliegio. La guida è Caterina Rina Barbieri della famiglia del Pulin, storica macellaia di Montebruno, con bottega, un tempo, lungo via al Santuario, sotto la “crociera” formata da viuzze lastricate e dalla strada statale 45.

Caterina Rina Barbieri, é figlia di Rosa e di Delio Barbieri, sorella di Anna e Luigi Pietro, che non ci sono più. Il suo nonno paterno era Luigi detto il Pulin (perché da piccolo, alla fine dell’Ottocento, quando pioveva, passava sotto le grondaie e le donne gli dicevano in dialetto “Ti bagni come un pulcino”). È lui il capostipite di questa famiglia di osti, locandieri – ospitarono negli anni Cinquanta molti dei geometri del Catasto preposti a fare nuove mappe della realtà – e macellai entrati nella tradizione gastronomica per l’eccellente testa in cassetta, arricchita con stelle di anice, le salsicce, il lardo, la cima alla genovese. Rina è l’ultima di questa bella storia di una famiglia dell’Antola selvaggio, nella valle del Trebbia. Dopo un dedalo di sentieri, ecco che Rina, forte e sorridente, indica la tubazione del piccolo acquedotto dei Preti, così chiama gli Agostiniani Eremitani che popolavano il convento di Montebruno. E poi, dopo una salita nel bosco dei Merlotti, ecco l’acquedotto, datato 1913, la data della ristrutturazione di una vasca più risalente, almeno ai primi dell’Ottocento. E si riparte subito per seguire dall’alto il fluire del Lunghella, torrente e sorgente che confluisce nel Trebbia proprio sotto il Convento.

Un’escursione magica di Natale: racconti di tradizioni, scoperta di acque segrete, di acquedotti e fontane nascoste, di storie locali, di toponimi e di idronimi, di frutti e castagni e poi l’intuizione finale: la fontana dei Preti portava l’acqua alla fontanella del giardino conventuale, riemersa dopo un lavoro di riordino. Dal giardino conventuale una notizia che fa emergere piccole tracce di storia locale: si vede il balcone della Scuola e del Municipio dove, nel 1951, Rina ha frequentato la prima elementare; subito dopo la seconda guerra mondiale e i bombardamenti il convento era sede di quelle istituzioni.

C’erano tante maestre, sino alla 6a elementare, e a Montebruno avevano un quartierino nel centro e vivevano in piccoli appartamenti. E poi, camminando nel giardino, a Caterina Rina viene in mente l’abbronzatura di un vecchio parroco che notava, negli anni 50, alla Novena di maggio: di giorno il prete, quello della fontana, sistemava il giardino e prendeva così, senza volerlo, il sole.

Ricordi di un mondo che piano piano non c’è più ma storie che alimentano profondi legami con terre alte e protette.

IL PRANZO DI UN LONTANO NATALE NELLA LOCANDA DEL PULIN

  • Acciughe marinate e ripiene
  • Testa in cassetta con anice stellato, coppa e salame
  • Ravioli al tocco
  • Coniglio alla ligure
  • Cima con salsa verde
  • Cundiggiun
  • Canestrelli
  • Sarasso e miele
  • Focaccia dolce
  • Ormeasco
  • Granaccia
  • Coronata
  • Nebbiolo del Minceto di Ronco Scrivia (Cantina Antoniali)
  • Vermutte

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