Cinquant’anni di Viticoltori Ingauni, raccontati da chi c’era quando il Pigato non aveva ancora una DOC, il torchio si prendeva in prestito e per fare una cooperativa bisognava essere almeno in tredici.
Oggi sono oltre duecento. Nel mezzo, persone, territorio e un’idea fedele e testarda: crescere insieme.
Le storie di cinquant’anni hanno un vantaggio: possiamo guardarle dalla fine. E dalla fine, si sa, tutto sembra avere una logica. Prendiamo la Viticoltori Ingauni di Ortovero oggi e viene quasi da pensare che ogni cosa sia andata esattamente dove doveva andare. Poi cominci a parlare con chi c’era nel 1976 e scopri che il destino, all’epoca, non aveva neanche un torchio. Sul tavolo ci sono fotografie, ritagli di giornale, date. Da una parte Valerio Alessandri, uno dei tredici fondatori, con Rosa, sua moglie, che ogni tanto interviene perché la memoria, dopo mezzo secolo, è anche un lavoro di coppia. Dall’altra Massimo Enrico, presidente dal 2001, che ascolta, sistema una data, completa un passaggio e poi torna ad ascoltare. A tratti gli brillano gli occhi, come quando il passato ti racconta qualcosa per la prima volta. E allora succede una cosa curiosa: quelle fotografie smettono di sembrare vecchie. Una sede che non bastava più. Un terreno ancora vuoto. Una pressa arrivata dopo. Le prime fiere, i primi allestimenti, una vendemmia dietro l’altra. Non sono ricordi in fila. Sono prove generali di qualcosa che ancora nessuno poteva vedere per intero. Valerio, invece, una cosa la ricorda benissimo: i problemi. Arrivavano insieme alla vendemmia. Lui era coltivatore diretto, come la sua famiglia, e quando l’uva era pronta cominciava l’incertezza: trovare chi la comprasse, capire quando sarebbe venuto a ritirarla, sperare che non fosse troppo tardi.
«Ti dicevano: sì, sì, te le prendo. Poi passava magari una settimana e non vedevi nessuno».
La Cooperativa, prima ancora di essere un progetto, nasceva da una necessità molto concreta: avere la certezza di chi avrebbe comprato le proprie uve. La prima Cantina era nei locali sotto il Comune di Ortovero. Piccola, scomoda, difficile persino da raggiungere con i mezzi agricoli. Molto lavoro e pochi strumenti. Talmente pochi che «nei primi tempi, non c’era neanche la pressa». Quando arrivava il momento di pigiare l’uva, il torchio lo metteva Natalin, uno dei primi Soci. La cooperazione, prima di diventare un modello economico, era prestarsi le cose. Anche le braccia. Si lavorava la sera, si imbottigliava insieme, si aiutavano le famiglie. Uno aveva l’uva, uno il torchio, un altro sapeva vinificare. Non stavano facendo teoria economica. Stavano cercando di evitare che, dopo un anno di lavoro, l’uva restasse lì senza un compratore. E poi bisognava essere tredici. Non dodici. Tredici. Era il numero necessario, ricorda Valerio, per costituire la Cooperativa. Così, il 30 giugno 1976 tredici agricoltori si ritrovarono ad Albenga, davanti al notaio Cauli di Alassio, e firmarono l’atto di nascita dei Viticoltori Ingauni. Fra loro, Martino Pilot, primo presidente dal 1976 al 1979 e oggi, insieme a Valerio, l’altro fondatore ancora in vita; don Innocente Armato, sacerdote, viticoltore e poeta. Persone diverse, vite diverse, una necessità comune. Il Pigato, intanto, non aveva ancora neppure una DOC. La Riviera Ligure di Ponente sarebbe arrivata nel 1988. Don Armato, però, il Pigato lo aveva già classificato a modo suo. Nella sua Carta d’identità del Pigato scriveva: «Ma, se dalla bottiglia, / mi versi nel bicchiere, / di tutte le discordie / infrango le barriere».
Aveva messo in versi una cosa che questa storia avrebbe continuato a dimostrare: il vino non riempie soltanto il bicchiere. Riempie lo spazio fra le persone. Fra quelle persone c’era anche Paolo Panero. Ma provate a chiamarlo così nella piana di Albenga e nella Liguria del vino. Per tutti era Lino. Anzi, «Lino Panero della Cooperativa di Ortovero». Quasi un secondo cognome. Lino aveva una sola vigna. Eppure ha speso una parte enorme della propria vita a costruire una Cantina che potesse accogliere le uve di tutti. «Mio padre diceva: ho dato la vita per la Cooperativa», racconta la figlia Antonella. Lei e la sorella Patrizia sono cresciute sapendo che in famiglia c’era anche lei: la Cooperativa. Giornate intere, riunioni la sera, trasferte, agricoltori da convincere. E perfino i discorsi cominciavano in casa. Lino aveva frequentato le elementari; sua moglie era insegnante. Quando doveva parlare in pubblico, le metteva davanti quello che aveva in testa: «Questo, questo e quest’altro». Lui portava le idee, insieme trovavano le parole. Per raccontare suo padre, ad Antonella basta una parola: visionario. Nel 1976 esserlo significava soprattutto chiedere a un agricoltore di affidare le proprie uve a un progetto comune. Una cosa semplicissima da dire e difficilissima da fare: fidarsi. Lino diventa presidente nel 1980. Nel 1988 vengono acquistati i terreni e due anni dopo viene inaugurata la nuova sede. Una Cantina costruita non soltanto per ciò che serviva allora, ma per quello che avrebbe potuto servire dopo. Quando lascia la presidenza, nel 2001, i Soci sono ormai circa 190.
Aveva intuito presto anche un’altra cosa: una Cantina non finisce dove finiscono le sue vasche. Arrivavano pullman da Genova e Lino faceva quello che gli riusciva naturale: accoglieva, spiegava, teneva viva l’attenzione, faceva assaggiare. Con il vino arrivavano focaccia e torta verde preparata in casa. Quello che oggi chiamiamo enoturismo, allora non aveva ancora un nome. Ma alla Cooperativa di Ortovero era già di casa. E di quella seconda famiglia Lino continuerà a sentirsi parte anche quando gli anni cominceranno a diventare tanti. Fino a novantacinque chiedeva ancora di essere accompagnato in Cantina. Entrava, guardava, voleva sapere delle riunioni. Nel 2024 compie cent’anni. Nel 2025 se ne va, dopo aver visto quasi tutti i primi cinquant’anni della Cooperativa che aveva contribuito a far crescere. A raccontare meglio ciò che ha lasciato è la pronipote Ginevra, che ci presta il suo sguardo per vedere nel bisnonno un eroe senza tempo. Al Cinquantennale ha voluto essere lei a ritirare il riconoscimento dedicato a lui. Alla nonna Antonella ha detto: «Dobbiamo essere orgogliosi perché lui, da solo, ha guidato tre generazioni».
Lino aveva una sola vigna, ma per tutta la vita ha coltivato qualcosa di molto più grande: la sua Cantina. Sua non perché gli appartenesse. Ma perché potesse appartenere a tutti. Nel 2001 la presidenza passa a Massimo Enrico. Cambiano gli anni, le dimensioni, gli strumenti. Non il punto da cui guardare le cose. Oggi, quando un Socio diventa anziano, se manca il ricambio generazionale e un vigneto rischia di essere abbandonato, la Cooperativa può prenderlo in gestione e continuare a coltivarlo. Massimo non lo considera soltanto un servizio: «Credo che sia uno dei doveri più autentici di cooperazione».
È qui che una parola molto usata torna improvvisamente concreta: insieme.
Perché una Cooperativa è un’impresa. Deve vendere, investire, pagare, competere. Ma questa è un’impresa nata proprio dalla consapevolezza che da soli si era troppo piccoli per fare alcune cose che insieme diventavano possibili. Ed è cresciuta senza trasformarsi in una grande tenuta. I vigneti direttamente condotti sono una parte minima della geografia reale della Cooperativa: quella disegnata dalle terre dei Soci tra Finalese, Albenganese, Golfo Dianese e Valle Arroscia. Non una grande proprietà, ma un punto di riferimento che va ben oltre i suoi Soci. Perché intorno a una Cantina così non cresce soltanto il vino: cresce un’economia che tiene vive aziende, famiglie e territori. E dentro tutto questo circola una cosa che non compare nello stato patrimoniale ed è costosissima da costruire: la fiducia. Quella che nel 1976 serviva per consegnare l’uva a un progetto appena nato. Quella che oggi permette a un Socio di affidargli una vigna che non riesce più a coltivare. Quella che tiene insieme oltre duecento persone senza chiedere loro di diventare uguali. E c’è un dato che Massimo Enrico considera più importante di molti numeri di bilancio: oltre la metà della base sociale è composta da giovani e donne.
Non una statistica da esibire, ma il segnale che qualcuno continua a scegliere di mettere qui il proprio lavoro, le proprie idee e una parte del proprio domani. Il futuro, del resto, ha un difetto abbastanza antipatico: arriva anche se non sei pronto. «La visione non è indovinare il futuro, ma prepararsi ad accoglierlo», dice il presidente. Negli ultimi anni prepararsi ha significato nuova copertura al posto dell’eternit, fotovoltaico, attrezzature, spazi di lavoro, uffici e punto vendita rinnovati.
Nel 2025 il fotovoltaico ha già ridotto di circa due terzi i costi energetici, liberando risorse da reinvestire. Ma una Cooperativa vera non si accontenta di stare bene da sola. A un certo punto sente il bisogno di costruire alleanze. È da questa convinzione che, dieci anni fa, è nata Vite in Riviera, la rete di imprese del Ponente ligure di cui i Viticoltori Ingauni sono capofila. Il vino si ritrova così in buona compagnia: ristorazione, ospitalità, turismo, paesaggio. Il calice resta al centro, ma intorno gli cresce un territorio. E l’ultima scelta della Cantina sembra quasi prendere questa idea alla lettera: settemila metri quadrati di Pigato, a pochi passi dalla sede.
Il primo vigneto di proprietà acquistato in mezzo secolo. Produrrà uva, naturalmente.
Ma sarebbe un peccato chiedergli soltanto quello. L’idea è farne anche un luogo da vivere, visitare, raccontare. Dove il vino incontra il paesaggio e l’agricoltura l’accoglienza. Massimo lo spiega meglio: «Qualcuno potrebbe dire che è un investimento. Io credo che sia una dichiarazione di futuro». Settemila metri quadrati, sulla carta. Poi dipende da quanto lontano riesci a farli arrivare. Forse è questo che quelle fotografie sul tavolo continuano a raccontare. Non una Cantina diventata semplicemente grande, ma generazioni di persone che, per farla crescere, hanno continuato a metterci qualcosa di sé. Un torchio. Una vigna. Un’idea. Una responsabilità. La fiducia di chi c’era prima a chi sarebbe venuto dopo. Nel 1976 erano tredici. Oggi sono circa duecento. E nessuno sarebbe arrivato fin qui da solo.
DAL TORCHIO AL TUÈ 76
Mezzo secolo in numeri: da una vendemmia affidata alle mani di tredici Soci a una Cooperativa che cresce, investe e porta il Pigato fino al Metodo Classico. All’inizio c’erano tredici viticoltori e una prima produzione che Valerio Alessandri ricorda così: «forse più venticinque che trenta quintali». Oggi i Soci sono oltre duecento, le attrezzature consentono di vinificare più di cinquemila quintali di uve e la produzione si attesta fra le 230 e 250 mila bottiglie all’anno, oltre al vino sfuso.
C’è poi un numero che dice molto più di quanto misura: sette ettari. Sono i vigneti condotti direttamente dalla Cooperativa, fra proprietà e affitti. Il resto non si è comprato. Si è unito: vigne diverse, mani diverse, famiglie diverse. Poi c’è il capitale con davanti il simbolo dell’euro. Tra il 2016 e il 2025 il patrimonio netto è passato da 498.117 a 786.498 euro: +58%. Confrontando i primi cinque esercizi del decennio con gli ultimi cinque, il valore medio della produzione è salito da circa 1,16 a 1,48 milioni di euro, mentre l’utile medio è passato da meno di 1.840 a oltre 59 mila euro. I numeri dicono quanto è cresciuta la Cooperativa. Per capire come, bisogna assaggiare. Nel 2024 il Vermentino dei Viticoltori Ingauni ha conquistato il secondo posto assoluto al Premio Vermentino, risultando la prima etichetta ligure. Nella storia dei suoi riconoscimenti figurano anche la Douja d’Or e due Gran Medaglie d’Argento di Cangrande al Vinitaly. E poi c’è un ieri-e-oggi che, più degli altri, sembra fatto apposta per questo anniversario. Si chiama Tuè76. Tuè significa “Ortovero”, in dialetto; 76 è l’anno di nascita della Cooperativa. Sarebbe stato facile mettere il numero 50 su un’etichetta e brindare al passato. I Viticoltori, invece, hanno preso il vitigno che più di ogni altro racconta la Cantina e gli hanno fatto una domanda più interessante: e adesso, cos’altro sai fare? La risposta è un Metodo Classico Pas Dosé da uve Pigato, firmato dall’enologo Gianluca Scaglione: raccolta manuale nell’ultima decade di agosto, pressatura soffice, tiraggio nella primavera successiva, 15 mesi sui lieviti, remuage sur pupitres e sboccatura manuale. Paolo Massobrio lo legge così: «È la dimostrazione che il Pigato può sorprendere ancora, senza smettere di essere sé stesso». Il Tuè76 rimane Pigato. Rimane Ortovero. Rimane figlio di quella Cooperativa nata nel 1976. Solo che, adesso, fa anche le bollicine. Ed è entrato nella Top Hundred 2026 di Golosaria. Il 1976, insomma, non è diventato un’etichetta da conservare. È rimasto nel nome, nel vitigno, nel territorio, persino in quel dialetto che trasforma Ortovero in Tuè. Mezzo secolo dopo, il 1976 è ancora lì. Solo che ha cambiato mani.
I “MAGNIFICI 13” DEL 1976
Il futuro, il 30 giugno 1976, aveva questi nomi: Martino Pilot, Valerio Alessandri, don Innocente Armato, Simone Gino, Enrico Nardo, Gian Pietro Moreno, Francesco Verdino, Olindo Patriarca, Enrico Emanuele Filiberto, Mauro Cappato, Agostino Parodi, Vincenzo Passaniti, Elisabetta Gasco.
Per info: www.viticoltoriingauni.it
Renata Cantamessa (Fata Zucchina)


















