Per molto tempo l’andamento meteorologico è stato considerato una variabile interna all’agricoltura: qualcosa con cui il contadino doveva necessariamente misurarsi, alternando buone e cattive annate.
Oggi questo modo di ragionare non basta più. Non è scomparsa la variabilità naturale, ma sono mutate la frequenza, l’intensità e, soprattutto, la combinazione dei fenomeni. Caldo prolungato, precipitazioni concentrate, siccità, inverni miti e improvvisi ritorni di freddo intervengono sulle colture in momenti diversi del loro ciclo, rendendo meno sicura anche l’esperienza accumulata nel corso delle generazioni.
A memoria d’uomo, attualmente, vengono in mente l’estate del 2002, piovosa e il feroce calore del 2003.
Sentiamo però Giovanni Nebbia, “The Meteo Meniak”, specializzato nelle osservazioni del quadrante nordoccidentale italiano: “Non farei partire il cambiamento climatico dal 2003. Il riscaldamento era già in atto da decenni; il 2003 è semmai un anno simbolico, uno spartiacque nella percezione europea del fenomeno. Negli ultimi 25 anni in Liguria è aumentata soprattutto la temperatura media, con estati più lunghe, ondate di caldo più frequenti e persistenti, notti più calde e maggiore evaporazione dai suoli. Le piogge non sono semplicemente “diminuite”: tendono a essere più irregolari, con periodi asciutti più lunghi interrotti da episodi anche molto intensi. La memoria individuale ricorda benissimo l’estate eccezionalmente calda di cinquant’anni fa; il clima, invece, si misura chiedendosi quante di quelle estati eccezionali stiano diventando normali. Per vite e olivo questo significa anticipi nelle fasi vegetative e nella raccolta, maggiore stress idrico e termico e, in alcuni anni, difficoltà nella maturazione equilibrata del frutto. Il problema non è che in passato non facesse caldo o non esistessero siccità: è cambiata la frequenza con cui certe condizioni si presentano, la loro durata e soprattutto la temperatura di fondo sulla quale si innestano”.
Ovviamente, la memoria è confermata dai dati: ARPAL (Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente), confrontando l’estate 2023 con quella del 2003, ha definito quest’ultima un periodo caldo “anomalo quanto estremo”, osservando però come le temperature liguri del 2023 siano risultate nuovamente confrontabili con quelle di allora. Nel frattempo il 2022 aveva fatto registrare anomalie estive ancora maggiori in diverse zone costiere. Nel 2023 la Liguria ha inoltre conosciuto precipitazioni inferiori alla media e un numero elevatissimo di giornate asciutte: 301 a Imperia e 310 a Sanremo. Non significa che non piova più. Significa, piuttosto, che alla lunga assenza di precipitazioni possono succedere piogge brevi e molto intense, poco utili alla lenta ricostituzione delle riserve del terreno e talvolta dannose per i versanti terrazzati*.
Una visione a largo spettro, addentro al nuovo contesto climatico, è quella di Giovanni Minuto, agronomo, dottore di ricerca, direttore generale del Centro di Sperimentazione e Assistenza Agricola di Albenga (CeRSAA), organismo pubblico di ricerca della Camera di Commercio Riviere di Liguria:
“L’aumento delle temperature dell’aria e del suolo e le precipitazioni sempre più erratiche stanno ridefinendo i ritmi della viticoltura e dell’olivicoltura ligure e mediterranea. L’anticipo delle fasi fenologiche (germogliamento, fioritura, invaiatura) espone le piante a ritorni tardivi di freddo che possono danneggiare la ripresa vegetativa e produttiva; inverni tiepidi favoriscono attacchi precoci di patogeni e parassiti; la scarsa disponibilità di acqua nell’intorno dell’apparato radicale riduce il trasporto della stessa nella chioma e pregiudica l’accumulo di nutrienti. Di fronte a questi fenomeni di stress, le piante rispondono adattandosi parzialmente, chiudendo gli stomi (le aperture presenti nei tessuti verdi che consentono la evapotraspirazione dell’acqua e quindi il movimento della stessa e dei nutrienti) nelle ore più calde e secche per risparmiare acqua, entrando in una stasi vegetativa temporanea. Quando lo stress è molto prolungato nel tempo, l’olivo produce ormoni (ABA ed etilene) che possono innescare la cascola delle olive: una scelta energetica consapevole con cui l’albero sacrifica una parte dei frutti per salvarne alcuni – quelli fertili – e così dare prosecuzione alla specie. Le alterazioni dello sviluppo e della produzione, provocate dai cambiamenti del clima, possono incidere sui profili qualitativi dei prodotti alimentari. Nella vite si verifica una dissociazione tra accumulo di zuccheri e maturazione aromatica: pur anticipando la raccolta delle uve, i vini risultano più alcolici, meno acidi (quindi meno “freschi”) e con profili aromatici progressivamente diversi rispetto alle caratteristiche del passato, aprendo una vera e propria sfida con i viticoltori e gli enologi. Nell’olio extravergine, mentre un deficit idrico moderato stimola l’accumulo degli antiossidanti (polifenoli), il caldo prolungato sopra i 35 °C li danneggia, rendendo l’olio meno ricco di sapori e profumi. Ma la sfida non è perduta. La ricerca e il lavoro quotidiano di agricoltori e agronomi, sostenuti dalle innovazioni dell’agricoltura 4.0, consentono di adattare olivicoltura e viticoltura al clima che cambia. Potature mirate, gestione della luce, irrigazione controllata, diagnosi precoce delle patologie e cura del suolo possono garantire continuità a due economie fondamentali della nostra terra”.
A questo punto è importante la voce dei produttori. La vendemmia è stata ovviamente anticipata.
Ecco l’opinione di Filippo Rondelli (titolare d’azienda, Dolceacqua): “La vendemmia 2026 è stata anticipata di una decina di giorni rispetto al 2025. In primavera ci sono state piogge, ma le ondate di calore estive hanno provato vigne giovani e vecchie. L’impianto di irrigazione di soccorso ha fatto la differenza e lo stato sanitario delle uve era molto buono quasi ovunque, ma la siccità, dove si è fatta sentire, ha causato sofferenza alle piante e ha asciugato i grappoli. In più ci sono i danni causati dagli animali selvatici assetati. L’uomo è meno presente sul territorio, macchia e boschi avanzano e l’uva Rossese, molto zuccherina, piace a cinghiali, tassi e volatili. Da qui, pochissima raccolta. In ogni caso la qualità delle uve Rossese, ma anche di Vermentino e Pigato, è stata molto buona. Le analisi ci parlano di mosti di ottima struttura, buoni gradi alcolici e acidità nella norma. Si deve considerare che con il caldo anomalo registrato, la finestra temporale per una raccolta ottimale è certamente più corta rispetto a quando si hanno temperature più fresche, pre-autunnali, più consone ad una vendemmia meno urgente e più serena. Se le piante sono sotto stress, occorre fare presto. La scelta è difficile, se dettata dall’urgenza: vendemmiare troppo presto rischierebbe di darci vini aromaticamente ‘acerbi’ e con tenore alcolico non sufficiente. Quindi dobbiamo raccogliere uve mature da un punto di vista zuccherino, sì, ma senza esagerare, altrimenti si rischia di avere vini con gradi alcolici troppo elevati e acidità basse e in caso di grappoli appassiti da piante sofferenti, si rischiano note amare nel vino”.
Massimo Enrico, Presidente della Rete di Imprese Vite in Riviera, commenta così: “La vendemmia 2026 è partita all’insegna dell’incertezza. Le grandi associazioni vitivinicole non si sono espresse sulle previsioni di raccolta, a dispetto della tradizione. Senza dubbio si parla di inizio anticipato rispetto alla scorsa stagione, ma il risultato è alto, in termini di quantità e qualità, tra uve e territori differenti. Risultati importanti in cantina, anche a livello zuccherino, dunque per il tenore alcolico. Per noi, alla fine, vendemmia da ricordare e ora… lavoro di cantina, che sappiamo fare in rapporto alla qualità”.
A Levante, peraltro, la realtà climatica si pone in modo diverso rispetto al Ponente, se non altro per la piovosità.
Diego Bosoni, contitolare e direttore generale a Luni, afferma che “La vendemmia è stata positiva, sia in termini quantitativi che qualitativi. Uve sane, integre, giusto livello di raccolta in piena maturazione. Aver agito in anticipo ha limitato i danni rispetto alle forti piogge di metà settembre. Certo, si registra un cambiamento rispetto alle precipitazioni e al calore. Però ci aiuta il rapporto con il mare e la protezione delle creste montane. Non ci sono state grandinate o precipitazioni rovinose, ma la preoccupazione per il futuro c’è, perché si spera che i fenomeni meteorologici siano contenuti”.
Rafforza la visione Luca Federici (azienda a Luni anche per lui): “A Levante abbiamo assorbito due piogge, una prima e una dopo Ferragosto. Appare importante saper aspettare, perché ci vuole una settimana di riassorbimento per le uve. Il rischio permanente è l’acidità. Il nostro territorio però, fa la differenza, così come il produttore con tecniche agronomiche in vigna, ove si può arrivare all’impiego, biologico, del caolino, in annate specifiche. Quest’anno però abbiamo avuto una stagione ottima. Firmerei per avere altri vent’anni così. L’aumento del calore non ha creato problemi, le uve sono rimaste sane e non siamo dovuti intervenire. Noi abbiamo un vitigno, il Vermentino, che è resistente al cambiamento climatico. Propone una maturazione medio tardiva e costiera e si comporta in modo ottimo. Siamo fiduciosi, mantenendo alta l’attenzione”.
La situazione climatica impatta, ovviamente, anche su di un’altra coltivazione principe in Liguria: l’olivo. Si è ormai addentro l’inizio della raccolta. A settembre, abbiamo sentito il parere di Carlo Siffredi, presidente del Consorzio dell’Olio Extravergine Riviera Ligure DOP a cui si aggiunge l’oliva Taggiasca Ligure IGP:
“La stagione si annuncia ottima e abbondante, oltre che di qualità, le piante e le olive stanno bene e la mosca non si è presentata, complici le temperature molto alte. Certo, ha fatto molto caldo, ma l’olivo è un albero “lento”.D’inverno e in primavera ha piovuto. A Levante un temporale a metà agosto e successive precipitazioni hanno portato avanti le prospettive. Certo, l’andamento climatico preoccupa. A parer mio la prima cosa da fare è gestire le acque per una irrigazione di sostegno. Un impegno da condividere in modo compatto. Si parla di invasi e di impianti. Un settore economico da cui dipendono le vite di molte famiglie non può basarsi sulla fortuna”.
Dunque, al netto del fatto che l’uomo possa avere qualche responsabilità in un cambiamento climatico tanto repentino e al netto della necessità di cambiare macchinari in agricoltura, puntando sull’elettrico, in termini di pulizia, silenzio e abbassamento dei livelli inquinanti, meritano attenzione le parole ancora di Filippo Rondelli, valide per ogni campo agricolo ligure:
“Ad oggi, pur con grande difficoltà, siamo riusciti a gestire abbastanza bene il problema climatico dal punto di vista agronomico, ma mi sento di dire che siamo di fronte ad un cambiamento di paradigma che ci obbligherà tutti a valutazioni più radicali e rapide. Gli argomenti di discussione sono tanti: tecnica di irrigazione, sesti di impianto, tipi di potatura, gestione del verde, sistemi di controllo automatico delle criticità, miglioramento delle tecniche di gestione dei prodotti fitosanitari, ad esempio. Credo che sia il momento di tornare a studiare, confrontarsi con i dati scientifici, i ricercatori e gli esperti; e farlo a mente aperta, libera da ortodossie, perché le soluzioni del passato difficilmente funzioneranno anche domani”.
*Le basi documentarie principali sono la Strategia regionale ligure di adattamento ai cambiamenti climatici e i rapporti ARPAL: Rapporto climatico ARPAL 2023, analisi dell’estate 2023.
Alessandro Giacobbe










